di Mariagiulia Ciampi Cioni
Il 9 febbraio 2025 si è tenuto il secondo appuntamento del ciclo di incontri promosso dalla Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro in collaborazione con l’Associazione Laureati, un’iniziativa che si impegna a riflettere sull’importanza dei talenti globali e sul ruolo dei giovani professionisti nel panorama internazionale contemporaneo. Di centrale importanza sono state le testimonianze di due Alumni che, partiti per motivi di studio o lavoro, hanno consolidato la propria carriera all’estero.
L’evento è stato introdotto da Tecla Rodi, vice presidente Associazione Alumni, la quale ha evidenziato come una quota significativa di studenti italiani scelga di trasferirsi oltre confine alla ricerca di opportunità professionali. Un fenomeno che vede un tasso di rientro relativamente contenuto e che coinvolge circa il 35% degli studenti dei collegi di merito. Secondo la relatrice, tali scelte non sono fortuite, bensì dettate dalla ricerca di prospettive di carriera ritenute più promettenti e dall’attrattiva di contesti professionali spesso percepiti come più dinamici.
La prima testimonianza è stata quella di Gianluca Racana, Direttore del consiglio di amministrazione responsabile di una delle tre business unit di progettazione ZHA, che ha offerto alla platea una puntuale ricostruzione del proprio percorso. Ospite del Collegio “Lamaro Pozzani” dal 1988 al 1993, Racana ha arricchito la sua formazione con un Erasmus a Barcellona, il completamento della tesi a Roma e un’esperienza annuale a Parigi, seguita dal servizio militare nella Capitale e da un master alla Columbia University di New York. La sua carriera è poi proseguita a Londra, dove ha contribuito in modo determinante alla crescita di Zaha Hadid Architects, studio di fama mondiale noto per la sua visione avanguardistica e per la realizzazione di opere che spaziano tra design urbano e culturale in numerosi Paesi.
La seconda esperienza è stata raccontata da Nicola Sanna, oggi residente a Manhattan e attivo nel settore della trasformazione digitale e della sicurezza informatica. Sanna ha ripercorso gli esordi della sua carriera internazionale, iniziata grazie a un’opportunità lavorativa negli Stati Uniti che, da una prima permanenza di quattro mesi, si è evoluta in un biennio a Parigi fino all’attuale ruolo di Direttore Generale. “Volevo un respiro del mondo”, ha spiegato l’ospite, sintetizzando ciò che l’ha spinto verso contesti aperti alla sperimentazione. Sanna ha sottolineato come la cultura imprenditoriale statunitense si distingua per l’apertura al rischio e la fiducia nei giovani, fattori che favoriscono l’evoluzione tecnologica, inclusa l’intelligenza artificiale. Un approccio che contrasta con una certa avversione strutturale al rischio talvolta riscontrabile in Europa, potenziale freno all’innovazione.
Nel corso dell’incontro è emerso con forza come le esperienze internazionali non rappresentino semplici tappe lavorative, bensì percorsi formativi e trasformativi: esse permettono il confronto con diverse culture aziendali, favoriscono l’assunzione precoce di responsabilità e sviluppano una visione ampia del ruolo professionale nella società globale.
La riflessione conclusiva ha posto l’accento su come per i giovani talenti partire non significhi rinnegare le proprie radici, ma esercitare una libertà professionale consapevole, capace di generare valore aggiunto. L’invito rivolto agli studenti è stato chiaro: investire su loro stessi, alimentare la curiosità e mantenere solidi ponti tra l’esperienza estera e il contesto nazionale, col fine di contribuire al futuro del lavoro e dell’innovazione e di sviluppare competenze globali.
In chiusura, è emerso un punto di convergenza tra i due ospiti: il valore della diversità come risorsa strategica. Le esperienze internazionali non hanno omologato le loro identità, ma le hanno rese più solide e consapevoli. In contesti competitivi e multiculturali, la chiave per emergere non risiede nell’adeguamento a modelli preesistenti, ma nella capacità di valorizzare il proprio percorso e la propria sensibilità. La diversità, dunque, non è un divario da colmare, bensì un punto di forza da coltivare: conformarsi significherebbe rinunciare a quell’unicità indispensabile per generare innovazione e nuove visioni.