Menu

Gender, da Simone de Beauvoir e Gayle Rubin: anatomia dello stereotipo

23.11.2021

di Matteo Menghini

L’incontro tenutosi la sera del 22 Novembre 2021 presso il Collegio Universitario dei Cavalieri del Lavoro “Lamaro Pozzani” costituisce un’altra tappa del ciclo tematico dedicato alle questioni di genere. Sono state la professionalità, la vasta esperienza accademica e la comunicazione appassionata della Dott.ssa Emiliana De Blasio a guidarci nell’esplorazione del sostrato teorico dei fenomeni sociali e culturali che, negli ultimi anni, hanno costituito terreno di discussione e di profondi cambiamenti.

La relatrice ha esordito con la distinzione tra il concetto di sesso e il concetto di gender: da un lato si trova il prodotto di differenze anatomiche e fisiologiche, dall’altro lato invece, si trova la capacità di una comunità di autodeterminare le aspettative culturali e sociali connesse con i ruoli degli individui che la compongono. Procedendo dunque nella semiotica di gender lungo il solco tracciato da Simone de Beauvoir e Gayle Rubin, il discorso si apre al dibattito contemporaneo attraverso la teoria della performatività di genere di Judith Butler: la conformità della “performance di genere” all’intelligibilità culturale di una comunità determina la percezione del genere stesso. Tra gli strumenti che contribuiscono a formare tale percezione figurano naturalmente gli stereotipi. Essi, nonostante la loro connotazione fondamentalmente organizzativa, atta a ridurre la complessità dei fenomeni sociali per gli individui, rimangono pur sempre delle semplificazioni approssimative, narrazioni ridondanti e poco rappresentative, collegate ad una cristallizzazione del pensiero comune di un determinato periodo storico-culturale, il cui radicamento può ostacolare il progresso. Lo stereotipo diviene dunque un riflesso sociale, involontario quanto pericoloso, necessario per orientarsi nella realtà ma al contempo limitante e spesso retrogrado: non è più possibile, ad oggi, rimanere ancorati a generalizzazioni passate, nelle quali un lavoratore con prole è un uomo responsabile, una lavoratrice con prole è un peso. Se da un lato, specialmente in campo pubblico, il gender pay gap è sempre meno presente, il fenomeno del glass ceiling – l’esistenza di una serie di elementi che ostacolano le carriere femminili – è quanto mai attuale come origine dell’orizzontalizzazione delle carriere delle donne, le quali procedono per linea retta, raramente ascendente.

Ruolo rilevante è giocato anche dai media nel mantenimento di stereotipi, ruoli e generalizzazioni. Anzi, questi agenti di socializzazione sono divenuti a tal punto pervasivi da imporsi come “definers of social reality”, filtri attraverso cui osserviamo e giudichiamo la realtà. Sicuramente esemplificativo di tale fenomeno è la violenza di genere e la narrazione ad essa associata, oscillante tra un quadro tematico, capace di inquadrare l’evento femminicidio all’interno di un sommovimento sociale, e un sovrarappresentato quadro episodico, frutto di fenomeni quali l’information gatekeeping e il bias di giustificazione. La perpetuazione di questo standard narrativo diviene così strumento di normalizzazione della disuguaglianza, che scava in maniera ancor più profonda il solco della differenza di genere.

La risoluzione di un fenomeno di tale portata non è e non può essere immediata, ma necessita di un movimento collettivo, capace di attraversare parallelamente un mutamento di abitudini individuali e un cambiamento comune e inclusivo. Che esso passi per il linguaggio o attraverso la creazione di modelli educativi neutrali, nei quali i fanciulli possano specchiarsi e scoprire le proprie attitudini senza una aprioristica impostazione di genere, il ruolo dei media rimane fondamentale e imprescindibile, in quanto punto di partenza non solo per la diffusione, ma anche per la creazione di una coscienza sociale che consenta alle donne di sfondare quel tanto angusto soffitto di cristallo.