Lunedì 2 novembre 2026, presso il Collegio “Lamaro Pozzani”, si è tenuta la prima serata del ciclo di incontri “Le frontiere della ricerca internazionale: i Premi Nobel 2026”.
Ad aprire uno spiraglio sullo stato attuale del dibattito scientifico è stata la Professoressa Marta Bertolaso, ordinario di Logica e Filosofia della Scienza presso l’Università Campus Bio Medico di Roma, membro della Consulta Italiana di Filosofia e del CTS (Comitato Tecnico Sanitario) del Ministero della Sanità.
Durante l’incontro, Bertolaso ha fornito gli strumenti per interrogarsi sulla natura di quella che comunemente definiamo conoscenza scientifica.
L’intervento ha preso le mosse da alcune domande filosofiche, evidenziando come esse non nascano dal nulla, ma in stretto legame con quello che è il progresso scientifico.
Tale considerazione scaturisce dalla prospettiva storica della disciplina: la peculiarità della filosofia della scienza (“una cosa strana”, l’ha definita la professoressa) sta proprio nei suoi sviluppi recenti, attestabili a non più di un secolo fa.
La materia si è sviluppata con la migrazione oltreoceano di uomini di scienza europei per motivi politici ed è il risultato dell’influenza interdisciplinare dei pensatori del Vecchio Continente sull’atteggiamento dei ricercatori statunitensi nei confronti dell’avanzamento scientifico: da questa difficile amalgama fra attitudini nacquero importanti circoli come quello di Pittsburgh, regolarmente visitato dalla professoressa, in cui coesistono la dimensione pratica e quella teorica della nostra esperienza scientifica.
Si è poi arrivati al presente e a ciò su cui ancora dobbiamo interrogarci.
Nella situazione attuale, è necessario occuparsi della scientific practice, l’impianto metodologico entro cui definiamo cosa sia e come vada affrontata la scienza.
È stato per esempio evidenziato il modo in cui ristagniamo nell’idea del primato della riproducibilità dei risultati, nonostante “viviamo in un’epoca in cui i nostri principali interessi scientifici non sono riproducibili”: a quali dati dobbiamo fare riferimento, nell’ambito della biomedicina, quando tentiamo di definire cosa renda un vivente tale?
Proprio da questa domanda è emerso il nodo principale del dibattito.
Nel tentativo di scardinare la visione di una conoscenza prevedibile, calcolabile e riducibile a modelli semplici, sono stati centrali gli interventi del professore Sebastiano Maffettone, coordinatore del Comitato Scientifico del Collegio “Lamaro Pozzani”, che ha ricordato di aver avuto tra i suoi docenti Karl Popper, uno fra i più importanti filosofi della scienza e critico del principio di induzione.
La riflessione sul ruolo del calcolo probabilistico nella complessa distinzione fra inerte e vivente ha condotto a uno stallo, legato all’estremo grado di uncertainty che tali misurazioni introducono in un campo di studio in cui è opportuno porre attenzione ai particolari concreti e all’imprevedibilità dei sistemi biologici.
Persino il modo in cui il nostro senso comune descrive il DNA è frutto del rapporto temporale che la sua scoperta ha con gli studi sui calcolatori: sviluppandosi in maniera pressoché parallela, la categoria concettuale di codice, stabile e programmabile, si è integrata attivamente alle ricerche sulla genetica.
Ad alimentare il dialogo, l’intervento di Daniele Maria Falciglia, studente al terzo anno di filosofia, che in un provocatorio rovesciamento prospettico legato al rapporto uomo/macchina si è domandato se questa difficile categorizzazione fosse dovuta ad una umanizzazione dell’oggetto più che ad una meccanizzazione dell’umano.
Grazie anche all’osservazione dello studente di giurisprudenza, Leonardo Valent, riguardante la costante propensione a un ordine della conoscenza entro cui l’essere umano ripone la sua più totale fede, Bertolaso si è detta preoccupata non tanto per l’esito dello scontro che si profila nella dicotomia espressa da Falciglia, quanto per il fatto che si stiano annullando gli spazi di generatività.
L’essere umano è un essere “naturalmente tecnico” che “ristruttura se stesso creando ordine in uno spazio sempre aperto”, ma che sta iniziando a confrontarsi sempre di più con l’infallibilità meccanica, trasformando quindi il suo giudizio valoriale piuttosto che misurarsi con se stesso e le sue capacità.
Il rischio è quello di smettere di credere nell’imprevedibilità della scienza, fondando le nostre constatazioni riguardanti la qualità di un vivente semplicemente su una logica di risultati e di performance che non gli appartiene, per sua stessa definizione.
L’incontro si è concluso con la stessa nota di speranza, che lo ha caratterizzato in tutta la sua durata: nella convinzione che “l’umanità sopravvivrà, ma i costi potrebbero essere altissimi”, la chiave per definire cosa ci distingue da ciò che è artificiale sta nell’esperienza di noi esseri viventi come attori fallibili ad ogni nostro livello di costituzione.