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“La dolce vita”: il cinema di Federico Fellini tra simbolismo sacro e deserto pagano

di Giulia Lodi

Lunedì 13 aprile il Collegio “Lamaro Pozzani” ha accolto nuovamente il professor Flavio De Bernardinis, storico del cinema italiano e docente presso il prestigioso Centro Sperimentale di Cinematografia, per la sua seconda lezione dedicata a Federico Fellini, uno dei registi più influenti nella storia della cinematografia italiana. Se durante la lezione su Stanley Kubrick il docente aveva scelto di analizzare il film “2001: Odissea nello spazio” (1968), in questa occasione abbiamo visionato le scene più importanti de “La dolce vita” (1960), esplorandone gli aspetti visivi, sonori e di significato.

I due film citati, spiega De Bernardinis, sono accomunati dal loro status di “opere-mondo”. Entrambi i registi, infatti, si sono dedicati alla descrizione della civiltà in un momento storico in cui il resto del mondo preferiva concentrarsi sul concetto di società. Essi provano a rispondere a una domanda cruciale: a che punto è arrivata la civiltà e dove ci sta portando?

A differenza di Kubrick, di origine ebraica, le opere cinematografiche di Fellini sono profondamente influenzate dalla sua fede cattolica e dal legame con la realtà romana. Ne “La dolce vita”, così come in film successivi come “Casanova”, l’obiettivo primario di Fellini è rappresentare il perfetto esemplare dell’italiano medio. Quest’ultimo è descritto come “il tipico prodotto della Controriforma, quello che poi sarà il tipico italiano fascista”; tale rappresentazione degli italiani in chiave storicamente universale contribuisce a rendere “La dolce vita” un’opera-mondo.

Il film, ambientato a Roma, procede attraverso 7 blocchi narrativi che rappresentano i 7 giorni della Creazione. La scena iniziale presenta una statua di Gesù trasportata in elicottero, immagine che richiama la festività del “Primo Maggio cattolico”, un tempo effettivamente celebrata. Fin dall’inizio è evidente il tema chiave del film: l’incomunicabilità. In svariate occasioni è possibile notare come ai personaggi risulti impossibile comprendersi. Questo è solo un aspetto della crisi della civiltà, particolarmente sentita in quegli anni segnati dall’avvento dell’esistenzialismo e della fenomenologia.

Tuttavia, l’intento di Fellini non è quello di rappresentare la Roma cristiana, bensì una dimensione infernale e pagana della Capitale. Per fare ciò, si concentra sulla sfera del suono: la colonna sonora richiama melodie dell’Estremo Oriente e la decisione di includere numerosi dialoghi in inglese senza sottotitoli crea il cosiddetto “effetto Babele”.

Le scene di questo film sono sempre pianificate nel dettaglio, come dimostrato dalla dinamicità della cinepresa e dai movimenti coreografici degli attori, quasi come se si muovessero a ritmo di musica.

Se da una parte abbiamo il protagonista Marcello, che incarna l’italiano medio della piccola borghesia desideroso di sfuggire alla propria quotidianità per ambire a qualcosa di più, dall’altra abbiamo la star Sylvia, l’archetipo femminile ideale che tutti gli uomini desiderano, una figura per metà salvifica e per metà passionale. In svariati momenti del film i due sono sul punto di abbandonarsi alla passione, ma ogni volta qualcosa li interrompe e l’attesa è vana.

Il film termina con una scena sulla spiaggia: Marcello e altri giovani catturano un mostro marino con una rete. I commenti di sottofondo, come “è morto da tre giorni” e “insiste a guardare”, rendono chiaro che questa figura è in realtà il Gesù di inizio film che, trasformatosi in mostro, guarda la rovina degli uomini. Quando una ragazza dall’altro lato della spiaggia chiama Marcello, ancora una volta lui non sente le parole e se ne va. La ragazza rappresenta l’ultima possibilità per Marcello di abbandonare l’inferno e raggiungere la grazia del paradiso, ma egli è un inetto, incapace di uscire dalla sua condizione di peccato. L’ultima inquadratura mostra la ragazza che volge lo sguardo nella direzione della cinepresa, un chiaro atto di interpellazione dello spettatore.

Fellini, in seguito, affermò che il finale non rappresentava il trionfo della grazia, ma la sua attesa. La scena ebbe un tale impatto che perfino Kubrick prese ispirazione da questa pellicola per realizzare il finale di “2001: Odissea nello spazio”. Entrambi i registi hanno reso centrale, nelle proprie opere, la creazione di icone ed elementi figurativi non razionali nel tentativo di far arrivare la comunicazione a un livello inconscio.

A conclusione dell’incontro, il professor De Bernardinis si è mostrato disponibile a rispondere alle domande degli studenti. Come ha sottolineato il Professore durante l’incontro: “Mi piace trovarmi qui con voi, perché la vostra prospettiva permette anche a me di imparare qualcosa di nuovo ogni giorno”. Questa visione trasforma l’aula in un vero laboratorio di scambio reciproco.