Ci sono alcuni film che segnano la storia del cinema già dalla prima proiezione e “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick (1968) è certamente uno di questi. In data 30 marzo 2026 il Collegio “Lamaro Pozzani” ha ospitato Flavio De Bernardinis, storico del cinema italiano e docente presso il prestigioso Centro Sperimentale di Cinematografia, nonché autore di diverse monografie tra cui L’immagine secondo Kubrick (Lindau, 2003). Il professore ha parlato del cinema del regista statunitense a partire da un’approfondita analisi di alcune scene del film, proiettate sullo schermo dell’Aula Magna.
Kubrick, ha spiegato De Bernardinis, considera il suo pubblico adulto e razionale: dissociandosi dalla palese finzione dei trucchi e dei “giocattoli” della Hollywood dei suoi tempi, ci propone un’opera che, prima di essere interpretata, va “decodificata”. “2001: Odissea nello spazio” non è un semplice film di fantascienza, è un’analisi antropologica sulla natura dell’uomo, sulla sua evoluzione e sul suo rapporto con l’universo.
I primi minuti del film, infatti, che ci aspetteremmo ambientati in un futuro fantascientifico, ripercorrono invece il processo di nascita dell’uomo a partire dalla preistoria, secondo le teorie di Freud espresse in Totem e Tabù e Psicologia delle masse e analisi dell’Io. Kubrick crea un parallelo tra l’evoluzione della specie e l’evoluzione del cinema. All’inizio c’è solo il suono, poi le fotografie, seguite dai primi movimenti della cinepresa, dal teatro di posa e da quello delle ombre. Solo allora compaiono gli attori, travestiti da scimmie, che interagiscono con l’ambiente secondo la legge del più adatto. Questa, però, viene invertita quando l’apparizione di un monolite, simbolo esoterico, dona alle scimmie lo “sguardo”: ora sono capaci di trovare nuove funzioni creative per oggetti preesistenti. Così un osso diventa un’arma e anche i più deboli possono vincere sui più forti.
Con l’ellissi più famosa della storia del cinema, quella che con un match cut mostra prima un osso e poi una stazione spaziale, Kubrick rappresenta poi il “passaggio dalla tecnica alla tecnologia”, dalla forza ed importanza del braccio alla sua inutilità e mollezza, sostituito dalle macchine che è stato in grado di costruire. Ma la vera portata rivoluzionaria di questo film è data dall’utilizzo nuovo ed immersivo del suono, subito recepito da registi come Steven Spielberg, George Lucas e Francis Ford Coppola. “Davanti ad un’immagine fissa e piatta proiettata sullo schermo, è il suono che fornisce la tridimensionalità”- ha affermato De Bernardinis. Persino le sale dei cinema negli anni successivi dovranno adattarsi a questa nuova tendenza “esperienziale”, installando impianti audio anche ai lati e dietro agli spettatori per garantire il loro pieno coinvolgimento.
“L’unico divo nel mio film è la storia che si racconta”, che è tutta la storia dell’uomo. Con questa citazione dello stesso regista il professore De Bernardinis ha concluso il primo dei tre incontri sui “grandi maestri del cinema”, che lo vedranno nei prossimi mesi nuovamente relatore per parlarci di Fellini e di Buñuel. In attesa dei prossimi seminari, in questa serata gli studenti hanno avuto occasione di acquisire nuovi strumenti critici per comprendere non solo il capolavoro di Kubrick, ma una tappa fondamentale dell’evoluzione del linguaggio cinematografico moderno.
“L’unico divo nel mio film è la storia che si racconta”, che è tutta la storia dell’uomo. Con questa citazione dello stesso regista il professore De Bernardinis ha concluso il primo dei tre incontri sui “grandi maestri del cinema”, che lo vedranno nei prossimi mesi nuovamente relatore per parlarci di Fellini e di Buñuel. In attesa dei prossimi seminari, in questa serata gli studenti hanno avuto occasione di acquisire nuovi strumenti critici per comprendere non solo il capolavoro di Kubrick, ma una tappa fondamentale dell’evoluzione del linguaggio cinematografico moderno.