Il 20 maggio è stata presentata la seconda edizione del catalogo di esperienze di solidarietà rivolto agli studenti del Collegio Universitario Lamaro Pozzani, frutto della collaborazione con l’Impresa Sociale “Paola Piccinini Tosato”.
A illustrarne contenuti e spirito, due ex collegiali oggi attivi nel terzo settore: Michele Plati, laureatosi al Collegio nel 1993 e oggi presidente di una cooperativa sociale in Basilicata, e Chiara Colognesi, laureata nel 2019.
Il catalogo contiene diverse esperienze diversificate sia dal punto di vista geografico, sia dal punto di vista del target di fragilità. Un primo esempio in Italia è Casa Esther — centro antiviolenza riservato alle studentesse, parte del progetto “Mai più ferite” — che accoglie donne vittime di abusi e i loro bambini, con laboratori, attività ricreative per i minori della casa-rifugio e monitoraggio dei percorsi di autonomia, creando una comunità presso il Monastero di Sant’Erasmo. La comunità di San Chirico Raparo (Potenza), invece, accoglie dodici minori stranieri non accompagnati di 14-19 anni, in larga parte africani.
Fra le altre iniziative, a Matera operano due centri di supporto per ragazzi che hanno disturbi dello spettro autistico. A Fano l’Oasi dell’Accoglienza — “una famiglia nelle famiglie” — sostiene chi affronta percorsi sanitari pesanti come il trapianto di midollo e donne in uscita dalla violenza. A Cotignola, la Casa del Tibet propone un’esperienza culturale fra mostre, eventi e contenuti multimediali.
All’estero la rete si amplia tramite IBO Italia (Ferrara), che apre a esperienze come quella in un orfanotrofio in Madagascar (turni 6-26 luglio e 28 agosto-18 settembre) e un progetto educativo a Lima, nel quartiere di Pamplona Alta (luglio o agosto); e tramite CEFA di Bologna, con un’esperienza a Cuzco (16 agosto-10 settembre) per studenti di professioni sanitarie o di area amministrativa, e una a Nairobi (fine luglio, 2-3 settimane) per profili in comunicazione. Marco Toti, fondatore della cooperativa Diaconia, propone inoltre una missione di accoglienza promossa da una diocesi italiana in Africa, di durata medio-lunga.
Il filo che tiene insieme proposte tanto eterogenee è il convincimento che la fragilità — quella altrui ma, in prospettiva, anche la propria — vada incontrata in forma non episodica. Non un volontariato “di passaggio”, ma una convivenza continua, sufficientemente lunga da entrare nei codici relazionali di chi si incontra. La motivazione è “il perno” della selezione in cui si chiede consapevolezza, non eroismo. Centrale è, poi, il ruolo dell’équipe, che accompagna prima, durante e dopo, traducendo l’incontro in apprendimento.
Lette con le lenti dell’economia sociale, queste esperienze rivelano una coerenza che va oltre la generosità del singolo gesto. Sono realizzate attraverso le diverse forme del non profit cooperative sociali, enti ecclesiali (Caritas, diocesi), imprese sociali, ONG di cooperazione internazionale (IBO, CEFA). Sono organizzazioni che forniscono servizi di welfare in regime di sussidiarietà, in una divisione di compiti fra Stato, mercato e società civile che caratterizza il welfare mix italiano di matrice mediterranea, fondato su prossimità e radicamento comunitario. In secondo luogo, queste esperienze mettono in evidenza una circolarità intergenerazionale di capitale sociale in cui gli ex collegiali rientrano nel Collegio come accompagnatori, restituendo parte di ciò che vi hanno ricevuto e attivando legami fiduciari fra università e organizzazioni del territorio.
“È un investimento sociale che eccede il calcolo costi-benefici di breve periodo e produce esternalità positive in termini di coesione, vocazioni e lettura dei bisogni”, afferma Plati. L’enfasi sull’ambiente non giudicante e sull’apprendimento della “strada giusta” per entrare in comunicazione — esercizio paragonato dai relatori alla traduzione dal latino e dal greco — richiama l’approccio delle capacità di Sen e Nussbaum con l’obiettivo non di erogare servizi, ma ampliare le possibilità delle persone, comprese quelle degli studenti, che ne escono trasformati. In un tempo in cui il dibattito oscilla fra occupabilità e formazione integrale, iniziative come questa indicano una terza via, quella di una formazione che utilizza il terzo settore senza strumentalizzarlo e che riconosce nelle organizzazioni dell’economia sociale veri luoghi di apprendimento civile, dove la cura dell’altro diventa esercizio di cittadinanza.