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Il “rischio regressione”: il monito di Elisabetta Cesqui sulla riforma del Csm

02.03.2026

di Giulia Lodi

Nell’ambito del ciclo di incontri dedicato al “Referendum sulla riforma della magistratura”, il Collegio Universitario “Lamaro Pozzani” ha ospitato, nella serata di mercoledì 18 gennaio, Elisabetta Cesqui. Già Magistrato di spicco, l’ospite vanta un curriculum di eccezionale rilievo: componente del Consiglio Superiore della Magistratura, Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione e Capo dell’Ispettorato del Ministero della Giustizia.

Dopo un momento di conviviale confronto con i collegiali, Cesqui ha offerto un’articolata analisi sulle criticità della proposta di riforma costituzionale. Il punto di partenza della sua riflessione risiede nel valore storico del CSM italiano, a lungo considerato un modello d’eccellenza in Europa; la riforma in discussione configurerebbe, a suo avviso, una regressione qualitativa del sistema, declinata in quattro direttrici fondamentali.

In primo luogo, l’introduzione del sorteggio, considerato un arretramento rispetto al principio elettivo, svuoterebbe di significato la rappresentanza democratica all’interno dell’organo, elemento invece naturale e consolidato nel panorama giuridico europeo. Il superamento del correntismo è la seconda delle illusioni: Cesqui ha evidenziato come il ridimensionamento dell’associazionismo non eliminerebbe le dinamiche di potere. Anche in un CSM frammentato, all’associazionismo ideale subentrerebbero opache “cordate” personali o locali. Inoltre, la creazione di due distinti Consigli Superiori, dotati di identiche prerogative, appare logicamente contraddittoria. Se l’intento è limitare l’influenza delle procure, sdoppiare l’organo mantenendo inalterati i poteri risulta, secondo il magistrato, un atto “suicidario”: la scissione di un organo unitario ne indebolisce l’autorevolezza complessiva, alimentando derive corporative. Infine, la riforma rischierebbe di trasformare il CSM in un mero ente di gestione del personale, spogliandolo di ogni funzione di indirizzo. Cesqui sostiene che una quota di “politicità” intesa come visione della giurisdizione sia indispensabile: in assenza di tale visione, il vuoto decisionale verrebbe colmato inevitabilmente dalla politica di turno.

Un focus particolare è stato dedicato alla funzione disciplinare, strumento attraverso il quale il magistrato risponde della propria condotta dinanzi alla collettività. Cesqui ha rimarcato la natura pienamente giurisdizionale di tale rito, che garantisce il rispetto del “giusto processo” (Art. 111 Cost.) anche attraverso la trasparenza delle udienze pubbliche.
I dati citati confermano il rigore dell’attuale sistema: nel 2025 il CSM ha irrogato 35 condanne a fronte di 31 assoluzioni, una proporzione significativamente superiore alla media europea. In tale contesto, la sostituzione della Sezione disciplinare con un’Alta Corte di Giustizia rappresenterebbe, secondo l’ospite, un ulteriore indebolimento delle garanzie di indipendenza.

In chiusura, Elisabetta Cesqui ha ravvisato nella proposta di riforma un profondo difetto di costruzione logica, sottolineando potenziali vulnerabilità costituzionali e gravi omissioni tecniche. L’incontro si è concluso con un vivace dibattito con gli studenti, ai quali il magistrato ha risposto con estrema disponibilità. L’intervento, denso di rigore tecnico e passione civile, ha offerto ai presenti una preziosa opportunità per integrare e approfondire la propria consapevolezza critica in vista della consultazione referendaria, grazie al confronto diretto con una delle figure più autorevoli del panorama giuridico nazionale.